Un resoconto del lavoro, dei luoghi, e delle domande che continuano a tornare.
Un taccuino è dove il lavoro comincia prima di diventare un libro, un film, o un pezzo di musica. Questi sono frammenti raccolti durante la ricerca, i viaggi, le conversazioni, e il lento processo del fare.
Da leggere cronologicamente, esplorare per categoria, o seguire attraverso le serie ricorrenti che collegano luoghi, film, musica e ricerca nel tempo.
Musica
Un pomeriggio invernale a Villa Borghese con Michele Malea e il suo Rolleiflex. Il momento in cui il sape è diventato parte del mio linguaggio fisico, fotografato da un amico che sapeva ascoltare attraverso una cinepresa. Questa voce apre il taccuino musicale, ripercorrendo tre capitoli dell'apprendimento di uno strumento.
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Due modi per entrare: attraverso le discipline, o attraverso le domande che continuano ad attraversarle.
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Voci in evidenza
Un viaggio nel Sarawak per imparare da Mathew Ngau Jau, uno dei grandi maestri del Sape del Borneo, e incontrare il suono che ha silenziosamente cambiato la direzione di tutto ciò che è venuto dopo.
Un ritratto documentario sulle Alpi che lentamente è diventato una meditazione sull’arte, la solitudine e il sottile confine tra osservazione e mito.
Registrare due amici mentre cantano madrigali rinascimentali in una chiesa romanica in Toscana, e chiedersi se un edificio possa ricordare ogni voce che si è levata al suo interno.
Archivio completo
Una composizione scritta per un cortometraggio, registrata e poi accantonata, ora riascoltata dopo anni. La musica è sopravvissuta al suo scopo originale. Alcuni pezzi non si completano quando vengono registrati; si completano quando trovano l’immagine che li aspettava.
Una melodia scritta a Roma diventa qualcos’altro quando attraversa il mondo e passa attraverso un altro essere umano. Una composizione, una collaborazione a distanza e la consapevolezza che certa musica deve passare attraverso chi la suona prima di diventare se stessa.
Un apprendistato negli studi di registrazione di New York, la neve, i jazz club e un certificato Grammy che ha registrato il fatto del lavoro, ma non ciò che il lavoro mi ha insegnato: un modo di ascoltare che porto con me da allora.
Un pomeriggio a Villa Borghese con il mio amico Michele Malea, la sua Rolleiflex e il sape. Fotografie scattate quando stavo ancora scoprendo il mio rapporto con lo strumento — non il ritratto di una musicista, ma una conversazione tra una persona, uno strumento e una città.
Guardare Mathew Ngau Jau scolpire uno strumento da un unico pezzo di legno del Borneo, e capire che non stavo semplicemente comprando un sape, ma entrando in una relazione con il suo costruttore, il suo luogo e la sua tradizione.
Sei musicisti in una sala prove in Puglia, che interrompono e riprendono gli stessi passaggi finché la musica diventa qualcosa a cui nessuno di loro sarebbe potuto arrivare da solo.
Entrare nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna con un microfono e scoprire che un museo è uno strumento suonato continuamente da tutti coloro che lo abitano.
Un viaggio nel Sarawak per imparare da Mathew Ngau Jau, uno dei grandi maestri del Sape del Borneo, e incontrare il suono che ha silenziosamente cambiato la direzione di tutto ciò che è venuto dopo.
Un sape del Borneo, tabla, oud, chitarra e sassofono che suonano insieme nella Residenza dell’Ambasciatore britannico a Roma, e ciò che accade quando gli strumenti attraversano confini che le persone e la politica non riescono ad attraversare.
Un ritratto documentario sulle Alpi che lentamente è diventato una meditazione sull’arte, la solitudine e il sottile confine tra osservazione e mito.
Suonare un pianoforte a coda all’interno di una chiesa sconsacrata a Lucca, e ciò che una stanza continua a custodire dopo che il suo scopo originario è venuto meno.
Qualche ora da sola con un pianoforte preparato in uno studio di Berna, e la strana sensazione che uno strumento possa diventare architettura.
Una nota su Pedro Reinel, il Rio Formoso e la strana sensazione di trovare Batu Pahat su una carta portoghese del XVI secolo.
Fotografie dalla sala ancestrale e una riflessione sul perché il rituale venga spesso compreso soltanto dopo aver lasciato casa.
Un cortile color indaco, un bonsai e la lezione che le antiche dimore storiche insegnano a guardare prima di raccontare chi vi abitava.
Registrare un pianoforte a coda all’interno della Cittadella di Aosta e lasciare che fosse la pietra a decidere come sarebbe finito il pezzo.
Registrare due amici mentre cantano madrigali rinascimentali in una chiesa romanica in Toscana, e chiedersi se un edificio possa ricordare ogni voce che si è levata al suo interno.
Fotografie ritrovate di un appartamento in cui dipingevo quasi ogni sera, e la consapevolezza che la foglia d’oro e le figure sacre erano già lì, molto prima che iniziasse il lavoro sulle origini.
Eseguire composizioni originali a un festival a Civitavecchia, anni prima che la band trovasse il suo nome, e la consapevolezza che l’identità si stava già formando silenziosamente da tempo.